Si dice che se un viandante camminasse per mesi e mesi sugli altipiani Himalayiani alla ricerca di notizie sulle origini, sugli usi e sulle potenzialità delle Campane Tibetane, nulla troverebbe, perchè nessuno saprebbe rispondere alle sue domande: non gli rimarrebbe quindi altro da fare che cercare di ricordare se stesso sciamano, monaco, mago, alchimista, non in qualche vita precedente ma qui e adesso, e ascoltare in silenzio la saggezza che conosce la vacuità  racchiusa nella parte cava della Campana ospitata tra le sue mani.
Paolo Mujukkei Gondino

Questo, in sintesi, é ciò che fino ad oggi ho capito delle Campane Tibetane, questa la grande possibilità che hanno rappresentato per me. Una possibilità che ha a che fare con la parte di noi (di tutti noi) in grado di ricordare e riconoscere la propria origine e natura autentica attraverso il Suono e la vibrazione. 

Utilizzo le Campane Tibetane ogni giorno, le affianco quotidianamente alla mia pratica in studio, e non smette di sorprendermi la loro autonomia, la capacità di compiere il giusto lavoro quando le pongo a contatto con le persone: sono io a farmi strumento, a rimanere in ascolto per cogliere le sfumature, le dissonanze, le profondità che mi permettono di comprendere qualcosa in più dei Soffi, degli equilibri energetici di chi mi sta di fronte.

Cerco di intervenire meno possibile nella relazione che le Campane stabiliscono con chi riceve il suono, so che non può accadere nulla che non debba svelarsi, muoversi, trasformarsi.
Resto in ascolto, nel silenzio della mente. Cerco in questo modo di aiutarle a compiere il loro mandato in questa parte di mondo, così lontano da casa.